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L’istinto mimico tra le cose e Dio

L’istinto mimico è dei bambini; un bimbo che vede un aeroplano volare, istintivamente si mette con le braccia in aria a muoversi che sembrano ale dell’aeroplano; questo è un esempio semplice di ciò che è la mimica, un istinto primordiale, che non è semplicemente imitazione, ma è un vero e proprio tentativo di interpretazione soggettiva delle cose, di chi non conoscendo quelle cose, cerca di trovare un punto di contatto, di esperirle autenticamente e soggettivamente, un tentare di rifarle nella loro verità oggettiva; l’esempio dell’aeroplano è uno dei tanti esempi che potremo fare; il mondo della natura è fatto di tante cose, di tanti oggetti, il mondo animale pure, il mondo artificiale lo stesso; in ogni caso l’uomo bambino di fronte alle cose ha l’istinto a volerle rifare, le guarda, le osserva, le rifa, ma non imitandole come farebbe un imitatore che ha studiato precisamente gli atti, le mosse, le caratteristiche dell’oggetto della sua attenzione, le rifa, non conoscendole, per conoscerle quasi per la prima volta, le rifa a proprio modo, secondo la sua soggettiva interpretazione, secondo il proprio essere, che è diverso da ogni altro essere, che è unico e irripetibile; tentare di voler rifare un aeroplano o qualsiasi altra cosa potrebbe sembrare banale, ma non lo è. Non è banale in quanto finchè siamo bambini questa capacità soggettiva di sentire le cose e il mondo attraverso il proprio particolare corpo e di esprimerle tentando di “imitarle” è spiccata e frequente, è una capacità innata; i bimbi sono le principali antenne sensibili per accogliere la bellezza della creazione; il corpo si fa strumento per tentare di interpretare ciò che la realtà dice;
si fa strumento per entrare in comunione con le cose della creazione. Ma quando diventiamo adulti questo istinto genuino e innato tende a scomparire per i condizionamenti sociali, familiari, culturali. E la mente, strutturata secondo le esigenze del mondo, prende il sopravvento, imponendo al corpo un essere mediato e non immediato. E’ ovvio che non possiamo farci dominare esclusivamente dall’immediatezza e dall’istinto, ma nemmeno farci atrofizzare la nostra straordinaria innata tendenza alla interpretazione corporea delle cose. E’ sicuramente un peccato perdere questa qualità che credo nasca proprio da un’incontaminata meraviglia propria dei bambini da poco catapultati sulla terra, ancora legati al “cordone ombelicale” di Dio, ancora pieni della sua chiarità, e quindi sensibili alla meraviglia del dono delle cose e del donarsi. Questa meraviglia innata del corpo che accoglie subito la realtà come dono e che desidera immediatamente celebrarla attraverso un tentativo di interpretazione. La mimica è un istinto innato all’immedesimazione corporea dell’uomo nelle cose, tentando di rifarle nella loro verità oggettiva, nella verità della creazione, interpretandole alla luce della loro realtà e non della realtà psicologica dell’uomo; la mimica ci consente dunque di entrare in comunione con le cose, rispettandone la creazione, tentando umilmente di non imporre la nostra visione sociale e psicologica, trasformando le cose non in ciò che noi vorremmo che fossero, ma facendoci noi strumento interpretativo, corpo/soggetto che si adegua alla oggettività di quelle cose. La mimica ci insegna a essere strumento delle cose, a porci al servizio delle cose, a essere ciò che siamo, piccoli messaggeri tra le cose e Dio.

Possiamo prendere una citazione proprio di Orazio Costa, in cui la mimica è lo strumento che lega l’uomo alle cose in senso fraterno, cose create da Dio, e quindi strumento di unità in Dio:

“Stamani spinto da non so quale desiderio di chiudere l’anno con i miei allievi registi ho esposto loro con una cera emozione alcune idee sulla “Mimica come rivelazione della fraternità in Dio delle creature, della mimica come rivelazione di Dio.”

“La mimica è lo scoprire ciò che ci lega fra le cose e noi, è rappresentare questo spirito al di sopra di noi, facendone quasi una preghiera. Ogni mimica è una scoperta di unità in Dio in cui non solo noi uomini siamo fatti a sua somiglianza, anche se solo noi possiamo, per grazia, raccogliere questa somiglianza, e rioffrirla come fatto che ci trascende e trascende il nostro stesso gesto, si che preghiera sia questo confessare Dio nelle cose e in noi con umiltà e gioia.”